venerdì 30 gennaio 2009

L'ANTISEMITISMO IN CANONICA



Don Floriano, il sacerdote di Silea (provincia di Treviso) convinto che le camere a gas fossero aree di sterilizzazione dei campi di concentramento, che a morire nell'Olocausto furono in 2-300 mila invece che sei milioni (ma il numero esatto è così importante?) è solo uno sciocco. Sciocco, definizione benevola, che Don Floriano non merita.
Delle sue idee personali non mi importa nulla: ma quelle parole offendono il ruolo che ha, quello di ministro di un culto improntato all'amore, alla tolleranza, al rispetto del prossimo, alla vita, contro ogni violenza.
Il suo invece è un ministero medioevale, che si appoggia sui più stupidi preconcetti. e' il lato oscuro del cristianesimo: quello dei roghi, delle conversioni fatte con la violenza, della misogenia, della caccia alle streghe.
Se Don Floriano pensa ancora che gli ebrei siano rei di deicidio è affare suo. Oggi ho letto sui g iornali reazioni dure da parte delle gerarchie cattoliche, anche di quelle locali. Spero che dalle parole si passi ai fatti. L'importante non è riportare questo sacerdote bizzarro all'interno del magistero della Chiesa, ma riparare l'offesa che questo irresponsabile con la toga ha procurato. In partucolare ai cristiani come me, che a questo punto non possono che ritenerlo indegno dell'abito che porta. Indegno, offensivo, insopportabile, inaccettabile, da vomito.

lunedì 26 gennaio 2009

VERSO IL FEDERALISMO, MA ORA AIUTIAMO I COMUNI

(il mio editoriale su La Tribuna di Treviso)


La prima cosa che appare evidente, dopo il “sì” del Senato, è che quasi 20 anni dall’inizio di un vero dibattito sulla questione ha finalmente vinto il federalismo.
Ha vinto il federalismo perché, come hanno fatto notare molti osservatori e commentatori, le astensioni e anche i voti contrari sono riferiti ad alcuni contenuti del decreto, condivisibili o meno. Ma nei fatti, che sia perché nessuno vuole mettersi a remare in direzione opposta all’opinione pubblica, nella stragrande maggioranza federalista, o per vera convinzione, resta il fatto che tutti i partiti politici italiani riconoscono che il vero riformismo oggi passa per una valorizzazione concreta delle autonomie locali. Questo è infatti l’unico modo di governare con efficienza, e nell’interesse della società, un Paese che non è diviso ma che è indubbiamente diverso, quindi con caratteristiche e bisogni molti distinti tra le diverse aree.
E’ poi importante mettere l’accento sul lavoro politico condotto dalla Lega. Il Carroccio ha imparato bene la severa lezione del referendum sulla Devolution. Ed è stato il soggetto che ha trascinato tutta la maggioranza verso una posizione responsabile e giusta: fare le riforme discutendo sul serio con l’opposizione. Non per trovare una vuota unanimità, ma per cercare dialogo e convergenze, che sono gli ingredienti di una riforma costituzionale degna di questo nome.
Ora, però, restano da definire due questioni.
La prima: in effetti il governo, e in particolare il ministro Tremonti, devono dare alle regole del federalismo fiscale, di per sé condivisibili, un contenuto di numeri. Non è in discussione se riformare in senso federalista, ma il senso di responsabilità, soprattutto in questa fase molto delicata per la tenuta dei conti dello Stato e delle famiglie, impone un principio di cautela per cui la dichiarata intenzione di non aumentare la pressione fiscale per effetto della riforma deve essere dimostrata con i fatti. Ci sono 7 anni per la piena entrata a regime, un anno per il sì definito al decreto di legge, 24 mesi per tutti i decreti delegati. C’è insomma il tempo, sapendo con buona approssimazione qual è il quadro dei conti, per spalmare la riforma e fare sì che davvero si producano risparmi e miglioramenti e non un aumento della pressione fiscale e una moltiplicazione pericolosa dei centri di spesa.
La seconda è che in attesa che tutto questa prenda corpo, resta l’emergenza degli enti locali.
Ora: se l’impianto federalista è condiviso, ci si deve comportare di conseguenza. Questo significa che, a maggior ragione in presenza della crisi e sapendo che questa avrà effetti sociali importanti, non possiamo lasciare soli gli enti locali.
Cioè quei comuni e quelle province che, con questo patto di stabilità, hanno soldi che non possono spendere e che in realtà avrebbero invece il bisogno di destinare ad una serie di provvedimenti importanti.
La coerenza federalista ci dice che il patto di stabilità non può essere un modo di far finanziare alle autonomie locali il deficit dello Stato. La coerenza federalista impone di affrontare il problema dei comuni virtuosi e di smetterla di fare regali ai cialtroni della finanza locale. E’ al Comune di Treviso, ad esempio, che ha milioni di euro fermi e inutilizzabili, che il ministro Tremonti deve spiegare come svolgere le competenze proprie dell’amministrazione comunale se non ci sono le risorse per farlo. A Catania la risposta la si è già data: si sono presi 140 milioni di tutti, anche nostri, e si è ripianato il buco.
Ultima osservazione. Lo stesso testo approvato dal Senato parla di compartecipazione di una quota dell’Irpef e dell’Iva. Quindi la richiesta dei sindaci di compartecipare subito al 20% dell’Irpef non è al di fuori dello schema che si vuole applicare. Può essere, come è stato detto, una misura transitoria. Non è il 20%? Tremonti ci dica a quanto si può arrivare. Non è la compartecipazione dell’Irpef? Lo stesso ministro dica cosa altro si può fare. Lo dica all’assessore Zugno, responsabile del bilancio di un Comune virtuoso, perché agli spreconi – Catania e Roma insegnano – abbiamo già dato.
La palla, ancora una volta, passa alla Lega, che è stata il più strenuo oppositore del movimento dei Sindaci. Ha vinto la sua battaglia: ha portato a casa il federalismo, è riuscita persino ad ottenere l’astensione del maggiore partito di opposizione. Ora dissotterri l’ascia di guerra: si metta via il “no” strumentale, e tutto politico, al movimento dei sindaci. E si assuma il compito di contribuire ad una soluzione, magari temporanea, ma che in questo momento è l’unica che può consentire ai Comuni di fare il loro lavoro, senza essere costretti allo sforamento del Patto di Stabilità, e la relativa confusione e instabilità istituzionale che verrebbe pagata, salatissima, non dai partiti e dai sindaci, ma dalle nostre comunità.

giovedì 22 gennaio 2009

CRISI: INTERVENTI PER FAMIGLIE, OPERE PUBBLICHE E PRECARI

MI SONO ROTTO LE BALLE


Apprezzo molto la posizione di Giancarlo Gentilini, prosindaco di Treviso, sul patto di stabilità. Infatti: a che serve protestare, minacciare ribellioni, ventilare sforamenti? La questione è politica, dato che il patto di stabilità fa riferimento ad una legge dello Stato. E le leggi dello Stato di rispettano: se non piacciono, non vanno bene o non funzionano, si cambiano. Ma tutto questo agitare proteste, alla fine, è una casino che serve a non cambiare nulla.
Ci si prenda invece, e lo faccia chi di dovere, la responsabilità, politica, di mandare al patibolo le amministrazioni comunali e le popolazioni di quei comuni, o si intervenga per cambiare una norma pensata per ridurre il debito e che oggi funziona invece da freno alla possibilità dei sindaci di compiere il loro mandato, cosa questa resa ancora più difficile dopo l’assurda cancellazione dell’Ici a tutti.
Non so quanti siano d’accordo: ma io mi sono stufato della politica del bla bla bla, dei gesti eclatanti fatti ad uso e consumo dei media, che servono solo a strappare un titolo sul giornale o a farsi pubblicare il nome e una foto. Alla forma preferisco la sostanza. Insomma: un po’ mi sono rotto le balle!

mercoledì 21 gennaio 2009

LA LEZIONE DI OBAMA


Dico una cosa: non capisco l'entusiasmo dei democratici italiani per l'elezione prima e adesso l'entrata in carica di Obama. Sembra che il nuovo presidente sia "uno di loro": e da quando il partito democratico italiano è lontanamente parente di quello americano? E poi, chi sarebbe l'Obama italiano? Dove si nasconde?

Piuttosto: credo che nel suo discorso di investitura, il presidente degli Stati Uniti ci abbia dato una grande lezione di unità, di senso dello stato, della nazione, di rispetto per l'ufficio che andrà a ricoprire. Ha parlato ad un paese, non ad una parte politica. Non ha usato "noi" opposto a "voi". ha criticato le scelte del passato con lucidità, senza faziosità inutile.

Lui è riconosciuto come IL presidente di tutti gli americani, ora. E come tale si è comportato.

lunedì 19 gennaio 2009

I POVERI? SOLO AL SUD, DOVE PIOVONO LE SOCIAL CARD

Lo avevo pensato, io che di economia non mi vergogno di dire di non saperne abbastanza come i tanti professori che di questi tempi girano per i giornali (e i bar); e ne avevo anche parlato con qualche mio amico, con cui ero arrivato alla stessa conclusione: i soldi, al Nord, non valgono tanto quanto al sud.
Oggi ho letto su repubblica che finalmente, facendo le pulci alla "beneamata" social card, qualcuno ha avuto il buon senso di accorgersi che i 400 euro di pensione minima a Treviso non valgono come gli stessi 400 euro a Foggia o Caltanisetta. Ma che ci si fa molto meno.
Insomma: a Nord si è poveri con un reddito più alto rispetto al Sud. E siccome la social card viene data sulla base del reddito, indipendentemente da quanto sia il costo della vita, ecco che, come per magia, al sud le carte anti-povertà sono il triplo che al Nord.
Lo sapevamo: aiutando i solo poverissimi non si risolve un granchè. E i poveri del Nord, nelle statistiche del ministro Tremonti, non ci sono. Perchè per lui con 600 euro al mese, a Villorba o a Montebelluna, si sta da dio.
Meno male che al governo c'è pure la Lega, che si fregia di fare gli interessi della gente del Nord. Pensate se non ci fosse stata!

IL MIO EDITORALE DI DOMENICA SU "LA TRIBUNA DI TREVISO"

Che strano che è un Paese dove, per ottenere qualche cosa da chi governa, bisogna sempre protestare: in piazza per difendere le pensioni ( o i privilegi da pensione, a seconda dei punti di vista), per rafforzare i diritti dei lavoratori, contro la vessazione della minimum tax prima e degli studi di settore poi; e adesso per fare sì che i Comuni continuino ad esistere.
Viviamo uno stato di minacciata ribellione perenne: se il centrodestra è all’opposizione va a fare le manifestazioni in mezzo alle strade, quando è invece il centrosinistra a stare in minoranza vanno in piazza pure loro..
In piazza ci vanno pure i sindacati, le associazioni di categoria, persino i poliziotti. Tutto come se il legislatore vivesse in un mondo proprio e non si accorgesse mai di nulla. Insomma: per avere qualche cosa, il più delle volte qualche cosa di giusto, serve gridare.
C’è stata una fase storica dell’Italia, a partire dalla metà-fine degli anni ’80, in cui la Lega si è dimostrata il partito che si è fatto carico di affrontare con decisione la distanza tra esigenze dei governati e politica dei governanti. Lo ha fatto rappresentando il Nord quando questo guardava alla Mitteleuropea mentre a Roma si parlava ancora di Cassa del Mezzogiorno (e relative “una tantum”) senza peraltro risolvere il problema del sud. Noi costruivamo il modello del Nordest, inventando e pure improvvisando tanto, mentre nella capitale si pensava alla grande industria dell’auto (casse integrazioni incluse) e a come salvare l’elefantiaca siderurgia di Stato.
La Lega gridava il bisogno, soprattutto del Nordest, di aria nuova, protestando e cercando di proporre, localmente lì dove governava. Così ha ottenuto risultati elettorali importanti, che poi ha utilizzato per puntellare le maggioranze di centrodestra nell’era Berlusconi.
Purtroppo, quella forza politica, e di popolo, non ha portato a risultati veri: vabbè, c’è la Bossi-Fini, e neppure funziona tanto bene. Ma sono 15 anni, cioè dal ’94, che si parla di federalismo imminente e non succede nulla. Peggio: l’unica riformina l’ha fatta Bassanini, al tempo un Ds. Una beffa!
Perché, all’interno dei complicatissimi equilibri di maggioranze mai tanto coese e tenute in piedi solo da Berlusconi, il Carroccio non sia riuscito ad incidere sul federalismo, che è la sua ragione sociale, è materia da politologi, anche se la verità la sanno probabilmente solo Bossi e Berlusconi.
Oggi siamo ancora allo stesso punto: ancora reduce dalla cocente sconfitta nel referendum sulla devolution, la Lega da un po’ è alle prese con l’ennesimo progetto di riforma costituzionale, quello della famosa Bozza Calderoli. Nel frattempo Berlusconi vuole impegnare il Parlamento in altro, cioè la giustizia. Nel frattempo le autonomie locali muoiono, strangolate da scelte sbagliate di politica economica e fiscale: l’abolizione dell’Ici, i criteri di determinazione dei trasferimenti, su cui pesa anche la contingenza economica che riduce le entrate a livello locale, mentre cresce il bisogno di spesa, soprattutto sociale.
Se davvero il ministro Tremonti crede davvero, praticamente solo in Europa, che questa sia soltanto una crisi da debito, e che quindi non la si cura con altro debito, è evidente perché il patto di stabilità imposto ai Comuni rimarrà un punto fermo della politica finanziaria di questo paese.
Di fronte a tanto, mentre a Roma si regala lo sforamento, e a Catania si è fatta una donazione da 140 milioni per coprire una situazione che invece di un aiutino meritava l’intervento della Corte dei Conti, la Lega oggi torna alla protesta. Ma come: invitano a sforare il patto di stabilità anche contro le concessioni alla capitale, e quei provvedimenti se li sono votati in parlamento insieme al resto della maggioranza? Che fanno, quelli del Carroccio: protestano contro se stessi?
Sembrerebbe che la formula sia quella comunista del “partito di lotta e di governo”, peccato che la lotta la facciano contro il governo di cui sono una componente importante.
Se la maggioranza non riesce a decidere su niente, a parte i regalini agli amici degli amici, che decida la Lega: via i ministri, appoggio esterno, valutazione caso per caso dei provvedimenti.
Questa, se non proprio l’opposizione, sarebbe o dovrebbe essere la scelta coerente e conseguente a quello che sta succedendo a proposito del patto di stabilità, dopo che a Roma il Carroccio vota favori alla politica di spesa della capitale, mentre a Venezia l’autorevole consigliere regionale Caner presenta un ordine del giorno per lo sforameno di tutte le amministrazioni comunali venete.
Sentire la nostalgia della Lega degli anni ’90 non è un peccato. Quella era una Lega che con il movimento dei sindaci del 20% sarebbe andata d’amore e d’accordo. Dimostrandosi tanto lucida e propositiva da risultare molto più di governo che di pura e semplice lotta. E per questa ragione molto più apprezzabile.

Paolo Camolei

giovedì 15 gennaio 2009

DL ANTICRISI: CASINI, SERVONO 15 MLD PER AGGREDIRE L’EMERGENZA

"Abbiamo apprezzato la prudenza del ministro Tremonti, che in verita’ ha fatto poco per aggredire la crisi nella speranza che questa passi. Noi, invece, proponiamo un piano di 15 mld per fronteggiarla. Se il governo avra’ il coraggio, noi dall’opposizione ci saremo". Lo ha sostenuto il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, intervenendo in aula alla Camera nelle dichiarazioni di voto sul dl anticrisi. Le gravi difficolta’ economiche in atto "possono essere devastanti per l’Italia e per gli altri Paesi europei", ha ammonito l’esponente dell’Udc. Servirebbero misure forti, invece, ha aggiunto Casini, il decreto "e’ solo acqua fresca", in modo particolare in termini di aiuti alle famiglie e alle piccole e medie imprese. "Invoco un Berlusconi decisionista -ha detto Casini- e mi auguro che lo diventi davvero. Noi intendiamo aggredire la crisi, non subirla". Casini ha riproposto una serie di misure gia’ indicate dall’Udc per il sostegno alle famiglie (6 mld di euro di investimenti), un rafforzamento degli ammortizzatori sociali per il lavoro precario e a tempo determinato (2 mld) e il finanziamento di 7 mld per il rilancio delle opere pubbliche.

I FRANCESI E I LA CRISI (E LA POVERTA')

(da Lavoce.info)


REDDITO MINIMO ALLA FRANCESE
di Andrea Garnero 13.01.2009
L'estate prossima entrerà in vigore in Francia il Revenu de Solidarité Active, un nuovo sussidio pubblico ideato per semplificare la giungla delle misure di sostegno, lottare in modo efficace contro la povertà ed evitare fenomeni di disincentivazione al lavoro. Anche in Italia da tempo circolano proposte di reddito minimo garantito. La riforma francese può essere un esempio anche per noi? Due i problemi: i costi per le esangui casse statali e l'imponente tasso di lavoro sommerso e di evasione fiscale, che potrebbero mettere in dubbio l'efficacia di un simile strumento.

Lo scorso ottobre in Francia è stato approvato un nuovo sussidio pubblico, il Revenu de Solidarité Active (Rsa), che entrerà in vigore dal 1ºluglio 2009 cancellando il Revenu Minimum d'Insertion (Rmi): l’obiettivo è semplificare la giungla di sussidi, lottare efficacemente contro la povertà e al tempo stesso evitare fenomeni di disincentivazione al lavoro.
VECCHIO E NUOVO STRUMENTO
L'Rmi esiste fin dal 1988. Èun contributo means-tested differenziale, cioè uguale alla differenza tra un reddito minimo calcolato secondo la composizione del nucleo familiare e l'insieme dei redditi della famiglia. (1) L'Rmi è una forma di trasferimento pensata come contributo alle fasce più povere, tuttavia nel 2007 è stato percepito da 1.229.754 di cittadini francesi.Il promotore principale del Revenu de solidarité active è Martin Hirsch, ex presidente di Emmaus Francia e attualmente alto commissario alle solidarietà attive del governo Fillon.L'Rsa sostituirà i minimi sociali esistenti, Rmi e Allocation parents isolés, e sarà accompagnato da un meccanismo di incentivo al lavoro, la Prime Pour l’Emploi. Per chi non lavora si tratta un reddito minimo, per chi ha un’occupazione retribuita, invece, di un complemento al reddito. Èstrutturato, dunque, come un sistema misto che da una parte garantisce un livello decente di sussistenza, dall'altra evita la “trappola della povertà”. (2)A differenza dell'Rmi, infatti, l'Rsa garantisce a chi lavora il 60 per cento o il 70 per cento (varia a seconda dei *départements*) del reddito supplementare senza che questo riduca il sussidio pubblico: da una parte, un tale strumento lotta contro la piaga dei lavoratori poveri, che in Francia sono aumentati del 20 per cento negli ultimi anni, garantendo loro un'integrazione significativa. Dall'altra, incita al ritorno al lavoro perché il reddito rimane piuttosto debole.Per essere più chiari ricorriamo a un esempio numerico: a una persona sola che guadagna 513 euro (impiego a tempo parziale pagato al salario minimo orario) la Rsa garantisce un reddito di 713 euro. Per chi, invece, non percepisce alcun tipo di reddito le cifre rimangono quelle del Rmi. Economicamente, dunque, si presenta come una negative income tax alla Milton Friedman: a tutti i cittadini francesi o immigrati regolari al di sopra dei 25 anni è garantito un reddito minimo, coloro che non lo raggiungono ricevono un sussidio, mentre chi lo supera paga le tasse.La Rsa costerà 13 miliardi, a carico dell’amministrazione centrale, ma sarà gestita a livello “provinciale”. Ben 11,5 miliardi saranno recuperati dai precedenti sussidi: 5,5 dall'Rmi, 4,5 dalla Prime pour l’Emploi più 1,5 miliardi da altri contributi. Dunque, il costo aggiuntivo ammonterà solo a 1,5 miliardi di euro.Anche il processo che ha portato al nuovo sussidio è particolarmente interessante: è attualmente in sperimentazione in 34 départements, le nostre province, e sottoposto all’esame di una commissione di esperti presieduta dall’ex vicepresidente della Banca Mondiale François Bourguignon, che entro la fine del 2008 dovrà valutarne l'efficacia.
CRITICHE
L'Rsa ha incontrato un successo bipartisan inedito anche per la politica transalpina. Tuttavia, alcuni economisti di rango, come Thomas Piketty, pur sottolineando la bontà dell’idea, hanno espresso dubbi sulla sua efficacia reale: sarà sufficiente a incitare al lavoro e a lottare contro la povertà con cifre così limitate?Inoltre, parrebbe che le sperimentazioni, i cui risultati non sono ancora pubblici, non abbiano riscontrato effetti statisticamente significativi che giustifichino la riforma.Altro punto in sospeso è quello della cosiddetta precarizzazione degli impieghi: la Rsa aiuterà sicuramente i lavoratori a tempo parziale, ma potrebbe anche trasformarsi in un incentivo per i datori di lavoro ad assumere solamente a tempo parziale, trasformando la “trappola della povertà” in “trappola del part-time”. Per il momento, l’alto commissariato alle solidarietà attive non ha saputo dare una risposta chiara, ma ha previsto la semplice creazione di un osservatorio dedicato a questo problema.
E IN ITALIA?
La riforma francese può essere un utile spunto anche in Italia. Nel nostro paese sono ormai diverse le proposte di un reddito minimo destinato a sostituire l’insieme di interventi a carattere assistenziale che più che uno strumento di lotta contro tutti i fenomeni di esclusione sociale, finiscono per sovrapporsi in maniera disordinata e frammentata. (3) Rispetto alla Francia, in Italia esistono tuttavia due ordini di problemi più marcati e sentiti: la creazione di un reddito minimo con una soglia di 400 euro per single senza figli potrebbe costare tra i 3 e i 6 miliardi di euro alla casse statali già notevolmente indebitate. (4) Inoltre, l’imponente tasso di lavoro sommerso e di evasione fiscale mette in dubbio l’efficacia di un tale strumento.
(1) In Francia, tutto il sistema fiscale e sociale si basa sul cosiddetto quoziente familiare: le tasse con annesse detrazioni e deduzioni, i sussidi, i contributi vengono tutti calcolati in base alla composizione del nucleo familiare. L'Rmi è calcolato in base a questa tabella:
Numero di figli Persona sola Coppia
0 447,91€ 671,87 €
1 671,87 € 806,24 €
2 806,24 € 940,61 €
Per ogni figlio in più 179,16 € 179,16 €
(2) Per il beneficiario è più interessante non lavorare perché le aliquote marginali di imposta effettive sarebbero molto alte (100 per cento e oltre) perché oltre al sussidio, si perdono le riduzioni e i vantaggi a esso collegati.(3) Tra le diverse proposte, cito quella dettagliata di Rizzi, D e Rossi N., Minimo vitale e imposta sul reddito proporzionale in da Empoli D. e Muraro G. Verso un nuovo stato sociale. Tendenze e criteri, Franco Angeli 1997 e quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi in Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere 2008.(4) A seconda del reddito considerato e dell’aggiustamento per potere d’acquisto a livello regionale. Stime in T. Boeri, O. Dessy, P. Garibaldi, P. Monti e M. Pellizzari, Per un atterraggio morbido, Preparato per il convegno della Fondazione Rodolfo Debenedetti “I Vantaggi dell’Italia”, Roma 22 marzo 2007.

BRAVA (FINALMENTE) LA LEGA...E PURE L'OPPOSIZIONE

Anticrisi, governo sotto sui comuniConfindustria: "Pochi quattro mld"

Il premier Berlusconi e il leader della Lega Bossi alla Camera durante il dibattito sulla fiducia
ROMA - Governo battuto in aula alla Camera su un ordine del giorno al decreto legge anticrisi, che oggi ha ottenuto l'approvazione definitiva di Montecitorio, passando così al Senato. L'odg riguarda il rispetto del patto di stabilità per gli enti locali. Si tratta di un ordine del giorno del Pd che "impegna il governo a valutare la possibilità di escludere dai saldi utili del patto di stabilità interno degli enti locali i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell'articolo 183 del testo unico degli enti locali". 283 sì, 237 no. L'odg era a firma, tra gli altri, della deputata del Pd Paola De Micheli e del deputato Pier Paolo Baretta. L'approvazione dell'ordine del giorno è stata possibile grazie all'astensione della Lega. I sì all'approvazione al decreto anticrisi sono stati 283, i no 237, 2 gli astenuti. L'Mpa, per esprimere il proprio dissenso, non ha partecipato al voto. Il provvedimento, da convertire in legge entro il 28 gennaio, passa ora all'esame del Senato. La protesta dei sindaco della Lega. Ieri il governo aveva incassato la fiducia della Camera sul dl anticrisi, ma era emerso l'intento dei sindaci e degli amministratori del Carroccio di sforare il patto si stabilità in segno di protesta dopo che una deroga speciale è stata concessa nei giorni scorsi al Campidoglio. "Questo - hanno sottolineato alcuni esponenti leghisti - è un'evidente autorizzazione morale per tutti i sindaci che hanno ben gestito i loro bilanci, erogando servizi di ottima qualità ai loro cittadini, a tenere lo stesso comportamento".

Veltroni, maggioranza in difficoltà. L'approvazione dell'odg presentato dal Pd, e non solo, ha sottolineato il segretario del partito Walter Veltroni, fa emergere tutte le difficoltà nelle quali si dibatte la maggioranza: "Quando è iniziata la crisi economica e finanziaria, - ha detto nel suo intervento in Aula - come hanno fatto altri miei colleghi europei dell'opposizione di tutti gli schieramenti, ho proposto al governo la collaborazione del Pd. Berlusconi ha risposto con tre parole, 'Me ne frego'... che ripensando alla storia di questo paese fanno venire i brividi. E' questa la profonda differenza che esiste tra noi e voi". Confindustria: 4 miliardi insufficienti. Le misure messe a punto dai governi europei per far fronte alla crisi economica in atto sono inadeguate. E' questo il giudizio di Confindustria che sottolinea la necessità di misure che stabilizzino i mercati, alimentino il credito, sostengano la domanda, migliorino le condizioni strutturali. Per gli industriali, quindi, sono "inadeguate le azioni dei governi perché lente, contenute, incerte, con tensioni e divisioni interne e tra i Paesi". In particolare gli industriali definiscono "controproducente il tempismo delle decisioni tedesche".

(repubblica.it)

IL COMUNICATO STAMPA DI OGGI

“PER TREVISO-UDC”

COMUNICATO STAMPA




“La Lega vuole cambiare le regole del patto di stabilità? Vada a chiederlo a Berlusconi, invece di continuare a minacciare proteste”





Chi si assumerà la grave responsabilità per le conseguenze, altrettanto gravi, che seguirebbero la violazione del patto di stabilità da parte del Comune di Treviso?
Lo chiede il capo gruppo di “Per Treviso- Udc” in consiglio comunale Paolo Camolei.
“La Lega – ha detto Camolei – dovrebbe cominciare ad assumersi la responsabilità politica di aver avvallato le decisioni del governo su Roma, così come sul “regalo” da 140 milioni a Catania, mentre per i comuni della nostra provincia, compreso quello di Treviso, ci sono solo tagli”.
“La protesta montata dal Carroccio e la minaccia di sforare il patto di stabilità sono solo propaganda, aria fritta con cui giustificarsi davanti a quegli elettori che speravano che la Lega li rappresentasse e che sono invece costretti e rassegnati ad assistere alla più totale passività leghista davanti alle regalie che continuano a piovere sui soliti fortunati: il sud e la capitale”.
“Non abbiamo bisogno di pasdaran della lotta continua, ma di politici responsabili che agiscono con coerenza rispetto al mandato ricevuto dagli elettori. Se davvero la Lega vuole cambiare le regole del Patto di stabilità vada a chiederlo a Berlusconi e vada a farlo subito”.

(http://it.youtube.com/watch?v=Krya-k--h_8)